Sono passati più di cento anni da quando su queste pagine Errico Malatesta lamentava che le manifestazioni del primo Maggio non destavano più gli entusiasmi di tanti anni addietro.
Il Primo Maggio rimane comunque una grande giornata internazionale.
Anche i suoi balli, le sue feste, i suoi concerti hanno un carattere intrinsecamente rivoluzionario, perché sono il risultato della diserzione dall’arruolamento al servizio della competitività e della produttività capitalistica.
Diserzione deve essere la parola d’ordine di questo Primo Maggio. Diserzione dalla produzione e dal trasporto di armi, diserzione da ogni governo e dalle loro guerre. Quindi solidarietà ai disertori e lotta al militarismo: questi sono i temi per una declinazione attuale del carattere internazionalista del Primo Maggio.
Nell’articolo pubblicato su Umanità Nova del 1920, Malatesta raccoglieva le critiche che una parte più “intransigente” del movimento anarchico faceva già nei primi anni del secolo scorso alla “degenerazione” del Primo Maggio. Contro queste critiche era insorto a suo tempo anche Pietro Gori.
Le ragioni di tali critiche erano molteplici: al rammarico per la perdita del carattere rivoluzionario si aggiungeva, per alcuni, il rifiuto della preparazione di un appuntamento concordato a livello internazionale. I movimenti sono spontanei, si diceva, e non possono essere evocati a comando, su scadenze stabilite a tavolino; altri ancora esprimevano il disprezzo per la partecipazione delle masse, che annacquavano il carattere rivoluzionario delle minoranze e degli individui. Su tutto comunque aleggiava uno dei principali ostacoli all’azione del movimento anarchico: la convinzione che anche il Primo Maggio non fosse abbastanza rivoluzionario per gli anarchici.
Errico Malatesta riprende queste critiche per ribaltarle: non è il carattere delle masse che attenua il carattere rivoluzionario del Primo Maggio, ma l’insufficiente coinvolgimento del movimento anarchico. Spetta agli anarchici – sostiene Malatesta – caratterizzare in senso rivoluzionario la ricorrenza del primo Maggio e arricchirla di contenuti, senza lasciarsi condizionare dal processo di depotenziamento. Che cosa direbbe il buon Errico, oggi che il Primo Maggio è addirittura festa nazionale? Anche la Chiesa, preoccupata dall’adesione delle classi sfruttate alla ricorrenza, ha pensato di metterci lo zampino dedicando il primo giorno di maggio a san Giuseppe lavoratore.
Pure, ancora oggi, il Primo Maggio, con il suo pullulare di scampagnate, canti, balli feste e concerti allunga la sua ombra minacciosa sulle classi privilegiate e sui governi, che fanno di tutto per annullarlo e svuotarlo di contenuto.
E il Primo Maggio rimane un grande appuntamento internazionale. L’idea di una affermazione di volontà da parte delle classi sfruttate e delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi in un giorno determinato e non casuale; il gesto con cui nella stessa giornata in tutto il mondo le forze del lavoro lasciassero la propria occupazione, disertassero i posti di lavoro. Tutto questo rappresenta ancora oggi una minaccia per chi ci vuole incatenati al miraggio della competitività e della produttività capitalistica. La celebrazione delle conquiste del movimento operaio, anche per mezzo delle feste, oltre che dei comizi, è la testimonianza della presa di coscienza della divisione in classi della società, e della solidarietà del proletariato al di là dei confini tracciati sulla carta.
Del resto, non deve nemmeno essere sottovalutato il carattere rivoluzionario della festa.
I governi delineano un futuro di scarsità e di catastrofi, in cui la guerra torna ad essere lo strumento per risolvere le controversie internazionali. Un futuro cupo fatto di assoggettamento al carro del capitale, dietro le formule della compartecipazione e della solidarietà nazionale. La produzione moderna è impensabile senza il disciplinamento di chi eroga la capacità lavorativa. Tutte le energie devono essere destinate all’aumento della produttività, disciplinando e reprimendo gli istinti vitali e regolamentando il consumo di cibi e vivande e di ogni sostanza che può danneggiare l’erogazione della forza lavoro. Al tempo stesso, il corpo e la mente di chi eroga la forza lavoro diventa il campo in cui si sperimentano le tecniche di disciplinamento e la somministrazione di sostanze in grado di aumentare la prestazione lavorativa e rendere la persona più disciplinata nei confronti della gerarchia aziendale.
Ecco allora che anche una festa, che interrompe questo meccanismo di sottomissione alla produzione ad ogni costo, assume un carattere eversivo e la stessa scampagnata, che sottrae le persone al cemento dei quartieri dormitorio per un giorno, finisce per essere più efficace di un comizio nel delineare in modo esemplare il carattere della società che vogliamo costruire.
Spetta al movimento anarchico insinuare in questi momenti di liberazione dal giogo dello sfruttamento capitalistico gli elementi di intransigenza rivoluzionaria che caratterizzarono il Primo Maggio fin dall’inizio.
Ricordare le origini del Primo Maggio significa ricordare i Martiri di Chicago. August Spies, Albert Parsons, Adolph Fischer, George Engel furono impiccati per aver organizzato, proprio il 1°maggio 1886, uno sciopero per l’applicazione della legge sulle otto ore. Louis Lingg si suicidò in carcere il giorno precedente l’impiccagione.
Ricordare il Primo Maggio significa ricordare la solidarietà universale, cosmopolita, al di sopra di tutte le patrie, di ogni persona oppressa dal lavoro e animata dalla volontà di emanciparsi.
Il Primo Maggio ci dà l’esempio di grandi giornate di lotta, costruite sulla base dell’unità fra le forze che si richiamano al movimento operaio. Il movimento anarchico da solo non sarebbe stato in grado di dar vita a questa esperienza. Dobbiamo quindi essere capaci di costruire relazioni con le altre componenti, rimanendo sempre noi stessi. Proprio la storia del Primo Maggio dimostra che grazie all’impegno di parte del movimento anarchico si riuscì a definire questa data. Un’altra parte del movimento, in nome di un malinteso purismo, preferì non partecipare ai momenti decisionali. Se tutto il movimento anarchico avesse seguito questa strada, i caporioni socialdemocratici avrebbero avuto la strada spianata per trasformare il primo maggio in una semplice occasione di propaganda delle proprie mire elettoraliste da tenersi la prima domenica di maggio. Come volevano fare e come invece non è stato fatto.
“Disertate falangi di schiavi” esorta l’inno del primo maggio di Pietro Gori. La diserzione dal lavoro è un elemento centrale del Primo Maggio. Oggi la diserzione assume un significato più generale, di fronte alla progressiva trasformazione dell’economia in economia di guerra. E accanto alla più generale diserzione dal lavoro deve essere rivendicata la diserzione dalla produzione e dal traffico di armi, che alimenta guerre in ogni parte del mondo. Non si tratta solo di una scelta individuale con cui mettere a posto la nostra coscienza. La diserzione è il primo passo per costruire un movimento di massa per incidere sulla produzione e sulla distribuzione, perché le produzioni di morte siano trasformate in produzione di beni e servizi destinati ad alleviare la miseria della maggior parte dell’umanità.
Soprattutto diserzione da tutte le guerre. A chi dice che c’è un aggressore e un aggredito, ripetiamo che ad aggredire sono tutti i governi, tutti i capitalisti. Dobbiamo disertare tutte le guerre, dobbiamo sostenere i disertori, aprendo le frontiere ed organizzando tutte le forme di sostegno possibili.
A questo ci chiama il Primo Maggio 2026.
Basta militarismo! La marcia verso la guerra può essere fermata solo dall’azione dal basso.
Viva il Primo Maggio! Viva l’unità internazionale della classe operaia! Viva l’anarchia!
Tiziano Antonelli